Ponte Nossa

Le feste patronali

Le feste principali che si svolgono nel nostro paese sono tre: la festa del Mas; la festa di S. Bernardino e quella dell'apparizione della Madonna. Qui sotto potrete trovare alcuni cenni su queste feste.

"Ol Mas" - l'albero del Maggio.
Il rito, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, si ripete ogni anno secondo uno schema perenne che viene tramandato letteralmente di generazione in generazione attraverso la pratica della partecipazione diretta. La conoscenza dei fenomeni folcloristici è molto problematica per gli stessi studiosi; per questo è quasi impossibile spiegare il significato del rito del Mas e capire perché sia ancora vivo: in effetti gli stessi nossesi non sanno dargli un significato unico, credibile e chiaro. Gli etnologi parlano di antichissimi riti propiziatori primaverili che celebravano il risveglio della vita. Nel libro "Il ramo d'oro", Frazer afferma che l'Europa antica "era tutta coperta d'una immensa foresta primigenia in cui le sparse radure dovevano sembrare delle isolette in un oceano verde; le grandi foreste di olmi, di castagni e di querce coprivano l'Italia settentrionale... in questo contesto, nella storia religiosa della razza ariana, il culto degli alberi ha avuto una parte importante". Quasi tutte le culture conservano il ricordo di riti praticati nei cam­pi, per propiziarsi le divinità ed assicurarsi l'abbondanza del raccolto. An­che nella nostra valle c'è chi ricorda di essere andato, da giovane, a suo­nare un campanaccio da mucca sull' erba che stava crescendo. Durante il rito si ripetevano ritornelli con formule quasi magiche per assicurarsi contro eventi avversi. I riti propiziatori primaverili, o feste di maggio, sono ancora diffusi in Europa e vengono celebrati in maniera comunitaria: tutti sono invitati a far festa, a gioire del rinascere delle energie primaverili. Molti studiosi sostengono che nelle feste del maggio sia essenziale la simbologia fallica: l'albero rappresenterebbe il potere germinativo e produttivo. Per i protagonisti della festa si tratterebbe dell'iniziazione al­la vita attraverso una prova di virilità che richiede forza ed intelligenza. Nel caso del Mas di Ponte Nossa il significato propiziatorio non esi­ste più in quanto da molto tempo l'agricoltura ha un peso irrilevante; ha poca forza anche l'ipotesi del significato iniziatorio in quanto il gruppo de­gli Amici del Mas è sempre stato di composizione varia sia per età che per altre caratteristiche. C'è solo un elemento che può indirettamente porre un collegamento con il valore di iniziazione, in quanto riguarda il rapporto tra ragazzi e ra­gazze. Gli amici del Mas, la notte precedente al trasporto dello stesso sulla cima Guazza, si ritrovavano sul fienile (vuoto in quella stagione) di una ca­scina, e si divertivano mangiando, bevendo e cantando. Non andavano a dormire e prima dell' alba "facevano gli zoccoli" alle ragazze che durante l'anno erano state lasciate dal fidanzato: prendevano due tamponi a for­ma di zoccolo, li imbevevano di acqua di calce e li stampigliavano sul muro della casa delle interessate. Operazione non priva di rischi, perché le stes­se stavano in guardia col pitale in mano. La tradizione del "Maggio" nossese, diversamente che altrove, si è conservata probabilmente perché legata ad una ricorrenza di carattere religioso, la festa dell'apparizione della Madonna. Possono inoltre aver contribuito alla sua sopravvivenza anche il sen­so di gioia della festa, il desiderio di conservare la tradizione in quanto tale, la fierezza dei Soci del Mas per l'impresa compiuta con la gratitudine della popolazione, l'inusualità del genere di festa e infine il senso di spon­taneità e di partecipazione percepito dai membri del gruppo che organiz­za il rituale. La festa del Mas, oggi. Si svolge in tre giorni distinti, ognuno caratterizzato da una fase del rito. L'ultima domenica di aprile (o il 25 aprile, anniversario della libera­zione dal fascismo; tale data però interessa solo in quanto giorno festivo) di buon mattino i Soci del Mas si recano in un bosco di conifere il cui pro­prietario, dopo regolare accordo, concede di tagliare gratuitamente un abete alto più di dodici metri. Una volta abbattuto dal socio addetto, viene caricato su un camion che lo trasporta al paese (in passato si usava un carro trainato da cavalli e seguito da molti carri carichi di uomini). Qui viene accolto dalla panda e accompagnato in corteo lungo la strada principale finché si ferma sul piazzale del santuario per una benedizione. Subito dopo viene portato ai piedi del monte Guazza dove si tagliano i rami bassi e si toglie la corteccia per favorire l'essicazione. Il primo maggio si passa alla seconda fase, consistente nel trasporto sulla cima Guazza: lavoro molto difficile e faticoso che impegna dieci gio­vani a sostenere il Mas e un gruppo molto più numeroso a trascinarlo, con una corda di sessanta metri, lungo il ripido pendio. Ciò richiede forza, coraggio, coordinazione e resistenza. Facendo attenzione al vento, il Mas viene piantato tra spari di mortaretti. L'epilogo della festa del Mas a Ponte Nossa, dopo l'apparizione della Madonna il 2 giugno 1511, è stato fatto coincidere con questa data. La sera del primo giorno di giugno l'abete secco viene riabbatuto e fatto a pezzi; nel piccolo spazio sulla cima del Pizzo si erge una catasta aggiun­gendo legna secca e appena fa buio si accende il gran falò, mentre in pae­se inizia uno spettacolo pirotecnico. Fino a circa dieci anni fa, quando si accendeva il falò sulla cima Guazza, i mandriani degli alpeggi in vista ri­spondevano in segno di partecipazione accendendo falò sul monte Alino, sul Trevasco e sul Belloro. Tra le rare feste di 'calendimaggio' sopravvissute, questa è una delle più caratteristiche.

Il falò di S. Bernardino.
Festivitā di San BernardinoFa parte della tradizione cristiana attendere la festa solenne mediante una veglia di preghiera. Anticamente la gente si preparava alla messa notturna di natale o di pasqua attorno ad un fuoco sia per riscaldarsi sia per fare luce. Il fuoco in sé è festa, fa compagnia e accende la fantasia. Non si sa quando a Ponte Nossa la popolazione iniziò a celebrare so­lennemente il 20 maggio, commemorazione di S. Bernardino. Essa di solito veniva trasportata alla domenica precedente o successiva ed aveva un carattere preminentemente spirituale. Tutte le funzioni religiose venivano sospese nella parrocchia e celebrate nella chiesa del santo. Fin dall'inizio di maggio la popolazione raccoglieva legna, carta, stracci, gomme presso il ponte: dopo la funzione religiosa della vigilia, si accendeva il falò. Soltanto verso la metà degli anni cinquanta la popolazione presso la chiesa di S. Bernardino ha voluto solennizzare pure esteriormente la festa. Non ammetteva che i fuochi d'artificio fossero riservati solo per l'Apparizione, ne voleva sparare un po' pure per il Santo della pace. Gli anni sessanta conobbero uno sviluppo ancora maggiore della so­lennità: si attendeva quel giorno per amministrare le cresime e si suggel­lava la festa con la processione portando a spalle il simulacro di S. Ber­nardino.  

L’apparizione della Madonna. Il tragico contesto storico del '500. Gli inizi del sedicesimo secolo furono disastrosi per la provincia di Bergamo: dal 1503 al 1506 ci fu una peste maligna cagionata da estrema carestia, a rimedio della quale - dice l'Olmo - "non valse alcun senno od umano provvedimento". A peggiorare la situazione ci fu l'invasione della Lombardia da parte del Re di Francia, Luigi XII. Gli abitanti delle Valli, nonostante Bergamo si fosse arresa ai Fran­cesi, continuarono a lottare, fedeli a Venezia. Ciò costò loro la condanna alla confisca dei beni, commutata con un'ammenda di seicentocinquanta ducati d'oro. Dice il Belafino che nel corso di soli sette anni Bergamo, e con essa tutta la provincia, dovette piegare il capo sedici volte, cioè due volte sotto i Francesi; sette volte sotto il dominio di Massimiliano e Spagnoli, e altre sette volte fu presa e ripresa dai Veneti. La nostra popolazione, decimata dall'arruolamento, veniva conti­nuamente colpita da razzie d'ogni sorta, e specialmente di bestiame, al passaggio dei soldati. A tutte queste disavventure locali si aggiungevano, a livello interna­zionale, situazioni che hanno tristemente caratterizzato questo secolo: la continua minaccia dei Turchi, che volevano conquistare l'Europa; il peri­colo di uno scisma in seguito al concilio nazionale di Orleans (1510); e inol­tre la degradazione del papato, caduto mai tanto in basso quanto al mo­mento della simoniaca elezione di Alessandro VI, della famiglia Bor­gia. Su questo sfondo storico, un fatto caratterizzò in modo determinan­te la piccola comunità di non più di 170 persone che abitava la contrada di Campolungo: "l'Apparizione". 2 giugno 1511. L'antica chiesa di s. Maria, con l'attigua cappella di s. Felicita e i Sette Fratelli Martiri, aveva all' esterno un dipinto, attribuito al pittore Giacomo Busca, che visse a Clusone nel 1400. Rappresentava la crocefissione e Maria presso Cristo morente, con le mani incrociate sul petto: ritta, in posizione statuaria (plastica rappre­sentazione del latino "Stabat Mater") e con lo sguardo rivolto non a suo Figlio, ma al fedele che la c.ontempla. Alla sinistra di Cristo c'era Giovan­ni, con un volto triste (poco caratteristico), e con le mani giunte in pre­ghiera. Vicino a questa chiesa alcune ragazze stavano pascolando il gregge, quando, secondo il codice del notaio Guerinoni di Gorno, scritto il 10 giu­gno del 1511, (vedi in appendice documento n. 3), avvenne il seguente fatto: " ... una certa immagine della gloriosissima Vergine Maria, nella pa­rete anteriore della chiesa di S. Maria di Campolungo, della parrocchia di S. Andrea di Premolo della diocesi di Bergamo, vicino all'immagine di nostro Signore Gesù, già da molto tempo dipinta, fu vista mutarsi, e rat­tristarsi, e versare sangue dall' occhio sinistro e aprire e chiudere in modo miracoloso lo stesso occhio; e a motivo di tanta notizia e della divulgazio­ne del prodigio inaudito, molte persone, accorrenti da diversi paesi, ricor­sero alla medesima immagine, alla quale con devozione domandarono le grazie rispondenti ai rispettivi desideri...". La tradizione, riportata dal manoscritto del Donadini (1794) e pub­blicata dal Riccardi nel 1842 continua dicendo che una ragazza (della fa­miglia Bonelli de Ferrari), con l'estremità del grembiule, asterse le lacri­me, mentre una voce diceva: "Ai primi che passeranno per questa via, fa­rai osservare questa mia apparizione, e dirai che te l'ha detto la Beata Vergine, la quale ordina che a suo onore sia fabbricata una chiesa dove farà molte grazie". Il parroco della parrocchia, Gerolamo De Donati, quattro giorni do­po l'apparizione informò il vicario generale Mons. Simone De Brixianis, il quale subito emise un decreto per costituire una commissione, presiedu­ta dal parroco di Premolo, per raccogliere le offerte che servissero ad am­pliare la chiesa. Facevano parte della commissione i parroci di Parre, Gorno, e One­ta e i seguenti laici: Girardi Comini di Nossa, Pietro Zanni e Giovanni Bonelli de Ferrari di Premolo, Pietro de Bellioni e Bortolo de Cafurri di Parre, Zanni, Primetti e Roggero de Guerinoni di Gorno, Giovanni Epis e Bortolino della Grassa di Oneta. Nella sacre stia di Ponte Nossa c'è tutt'ora una copia del quadro del parroco di Premolo che si è fatto ritrarre con la seguente nota: "Gerola­mo De Donati di Alzano, parroco di Premolo e di Ponte Nossa, al tempo dell'apparizione di Maria, madre di Dio, avvenuta in Campolungo di quel­la parrocchia il 2 giugno 1511". La festa. Riguardo alla celebrazione della solennità della Apparizione si può stabilire la data in cui essa fu istituita. Il 9 giugno 1677, un gruppo di cit­tadini fu sottoposto a processo giudiziario sotto l'accusa di aver inventato il fatto dell' Apparizione, e quindi, anche la festa che quell'anno fu celebra­ta il 2 giugno con solennità senza precedenti, per ripagare la Vergine del­la soluzione di grosse difficoltà in cui si dibatteva la comunità nossese. A difesa degli imputati fu prodotto un manoscritto di 33 fogli appartenente ad un certo Serafino Bonello, "della famiglia Bonelli de Ferrari, oriundo del Ponte di Nossa". I giudici, esaminando il contenuto del quadernetto, rimandarono prosciolti i rappresentanti di Ponte Nossa, dando credito a quanto essi avevano detto circa l'apparizione e che era già stato registra­to dal notaio Costa. Da allora e fino ai nostri giorni la festa si è rinnovata con eguale im­ponenza di mezzi e tipiche manifestazioni, salvo una interruzione, avve­nuta nel 1817, «per morbo petechiale contagioso» che imperversava in tutta la provincia. Caratteristici elementi della festa sono i riti religiosi della giornata e i fuochi d'artificio e i falò della vigilia, cui assiste un numeroso pubblico, convenuto da tutti i paesi del circondario. Esistono anche per questi aspetti riferimenti storici significativi: in un registro del 1682, nella nota delle spese, compare la voce «mortéri, polvere da sbarare», mentre in un altro elenco del 1720 figurano le spese per la veglia al falò che, nel 1754 per la prima volta, fu acceso sul monte Guazza. Il falò richiama un'altra grande manifestazione, che ha il suo epilogo proprio la sera del 1 giugno, quando viene dato alle fiamme «01 mas», l'al­bero simbolo della vita e della fecondità, che rinnova un arcaico rito agra­rio di propiziazione un tempo diffuso in tutta l'area bergamasca. Dall'antica chiesetta al santuario. Il dipinto, che fu oggetto dei fatti del 2 giugno, era originariamente sulla facciata, a destra della porta d'ingresso della chiesetta di S. Maria, detta anche "chiesa dei sette fratelli martiri". Questa era molto piccola: si pensa che fosse, secondo la testimonianza del parroco Donadini (fine settecento), cinque metri per nove. Essa fu demolita nel 1716, per co­struire la sacrestia. Un atto notarile del 1525 dice che c'era una commissione incaricata di presiedere la fabrica della nuova chiesa, che doveva nascere, oltre che per la partecipazione attiva di tutta la popolazione, grazie ad una cospicua offerta di un certo Donato detto Molendo, figlio di Tonol Molendo, da Vertova per "esser stato in certa sua infermitate et essendo se' ricorso ala piissima Vergine Maria de dito loco da Campolongo a fato voto de co­struire per amor di Dio e dela gloriosissima d.S. Maria: et tuto quello aquistare in dito nome restituirlo et apresentarlo a deta fabrica". L'idea di costruire un santuario rispondeva pure al piano del vesco­vo di Bergamo: "... et questo in esecuzione de la libertate a noi atribuita per il Rev.Mo d.d. Piero Lipomani, episcopo electo de Bergamo, como apar per essa libertate scripta per d.zo Batista Buceleno, notaro seu cano­nico del prefato episcopo" (adi 5 de avo sto 1525). La nuova chiesa fu costruita in modo che l'affresco taumaturgico di­ventasse l'altare laterale, dedicato alla Madonna. All'inizio si progettarono tre campate: altre due furono aggiunte al­la fine dell'Ottocento. Nel 1531 la chiesa non era ancora terminata: un documento, infatti, dice che si doveva rinnovare la commissione di uomini di Parre e Premo­lo, per la continuazione della costruzione del santuario. Nel 1533 questo senz'altro era terminato, dato che un documento del 20 marzo parla delle cassette delle elemosine presenti nella chiesa, e di messe che in essa venivano celebrate. Il 19 aprile del 1575 Mons. Tomaso SperandiQ, coadiutore del Vesco­vo di Bergamo, consacrò la nuova chiesa, che venne dedicata a S. Maria Annunciata.